Bambina Waldorf che ride felice

L’arte dell’educazione Waldorf

Alcuni anni fa, quando la nostra primogenita aveva poco meno di due anni, ci rendemmo conto che lasciarsi guidare dall’istinto non bastava più. La bambina stava crescendo e i suoi bisogni diventavano sempre più complessi. A quel tempo eravamo ancora due genitori alla frutta, in balia dei consigli altrui, dei giudizi, persi in un mare di indicazioni che mal ci calzavano. Fu la pedagogia Waldorf a mostrarci la via d’uscita e a insegnarci come vivere una vita familiare equilibrata.

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C’era una volta un pediatra, tre mamme e tre bambini.

Un giorno, nel grande Manuale giallo La salute del bambino, trovai un aneddoto che mi rimase impresso. Esso mostrava come diversi atteggiamenti pedagogici potessero cambiare radicalmente la vita quotidiana di una famiglia.

Prima situazione:
Siediti lì e sta fermo!
La mamma e il dottore vorrebbero parlare, ma il bambino inizia a scorrazzare per lo studio, toccando tutti gli oggetti del medico. Allorché la madre reagisce come se avesse un guinzaglio, e riporta il bambino accanto a sé.
Stai qui, non ti muovere, non toccare niente, ti devo tenere con la forza? Vuoi uno sculaccione?

Seconda situazione:
Il dottore e la mamma stanno parlando, e nel frattempo il bambino inizia ad arrampicarsi sulla madre e a fare una serie infinita di domande. La mamma lo asseconda in tutto e la conversazione con il dottore, a causa delle continue interruzioni, non riesce a giungere a una conclusione soddisfacente.

Nel primo esempio abbiamo davanti un atteggiamento educativo che pensa di poter ottenere dei risultati mediante raccomandazioni e rimproveri. La volontà del bambino non può crescere, poiché non ha la possibilità di intraprendere esperienze proprie, e questo può portare a un atteggiamento timoroso del bambino o a manifestazioni aggressive.
Nel secondo esempio, la mamma si mette a disposizione del bambino in modo privo di volontà e di decisione. Non vi è alcuna resistenza da parte della madre, resistenza che sarebbe necessaria alla crescita della volontà del bambino. Questo può portare all’insorgenza di inquietudine, insicurezza, mancanza di orientamento, piagnistei e desiderio di disturbare.

Veniamo ora alla terza situazione, quella che, se devo essere del tutto sincera, mi procurò un gran senso di colpa.

Terza situazione:
La mamma e il bambino entrano nello studio del dottore. Il bambino inizia a esplorare cautamente la stanza e si sistema nel posto che lo attira di più. Dopo un po’ si avvicina alla madre e le chiede qualcosa con tranquilla insistenza; sta cercando di verificare se la madre si è dimenticata di lui. La mamma lo prende tra le braccia e gli sussurra una risposta. Il bambino è soddisfatto e torna a giocare da solo. A volte si avvicina al dottore per assicurarsi di non essere stato dimenticato, ma l’atmosfera rimane tranquilla e il colloquio con il medico non viene più interrotto.
In questo caso, frasi come “Siediti lì e sta fermo!” non sono necessarie. Non c’è bisogno nemmeno di lunghe spiegazioni perché il bambino ha fiducia e le parole della mamma hanno un peso. 

Come ha fatto questa mamma a gestire così bene una situazione che per tanti genitori è una gigantesca fonte di stress?

Nel terzo esempio, la mamma ha intuito le necessità del suo bambino. Sicuramente nel secondo e terzo anno di vita è stata aperta con lui, gli ha dato ascolto e si è opposta quando era necessario. Tutte le sue azioni sono state improntate al buon senso e alla fermezza. Le parole accompagnavano soltanto le azioni, senza lunghi ammonimenti. Il bambino è cresciuto imparando che le parole coincidevano con le azioni, e sicuramente non è mai stato messo davanti a decisioni che la mamma poteva valutare e prendere molto meglio di lui. Naturalmente anche questa mamma si sarà chiesta se aveva preso la decisione giusta, ma non ha mai coinvolto il bambino nei suoi dubbi. Quando ha agito, si è mossa con sicurezza.

Posso rimediare agli sbagli commessi?

Tutto molto bello, e allo stesso tempo parecchio frustrante. Dopo aver letto questo aneddoto, nella mia mente era rimasta solo una domanda: ho fatto un bel pasticcio, e ora potrò mai rimediare?

La pedagogia Waldorf ci offre qualche consiglio pratico a riguardo, ciò che io considero i pilastri di un approccio educativo equilibrato:

  • Far sì che le parole dette e le azioni fatte abbiano valore, e questo vale per tutti i componenti della famiglia. Se qualcosa è vietato, lo è per tutti e in maniera definitiva. 
  • Se il bambino piagnucola o cerca di provocarci dobbiamo privare il bambino dello spettatore. Non è necessario approfondire e analizzare con il bambino la situazione, o prodigarsi in modo emozionale; semplicemente divaghiamo o facciamo altro finché lo spettacolo teatrale non sarà finito. Noi facciamo sentire ai nostri figli la nostra presenza, in modo che sappiano che se dovessero aver bisogno noi ci siamo sempre, e poi ci allontaniamo. A seconda del momento, se ad esempio il piagnisteo avviene di sera e potrebbe quindi essere dettato dalla stanchezza, chiediamo loro se possiamo abbracciarli, e generalmente si risolve tutto così. 
  • Lasciare fare al bambino, assistendolo e accompagnandolo, ma senza comprimerlo in modo pedagogico. Cerchiamo di non indirizzare sul bambino la nostra iniziativa, e lasciamo che partecipi a ciò che per lui è importante e gli dà gioia.

Se a questo punto volete saperne di più e avete iniziato le vostre ricerche su Google sulla pedagogia Waldorf, vi anticipo che potreste uscirne delusi e con un gran mal di testa. Questo perché la pedagogia Waldorf non è veramente una cosa che si può imparare, su cui si può discutere: essa è pura pratica. E la pratica è frutto dell’esperienza diretta di maestri, educatori e genitori, che possono soltanto raccontare il loro vissuto, facendo degli esempi. Nessuna dottrina.
La pedagogia Waldorf, parte infatti dalla premessa che ancora non si sa come si debba educare e che prima di ogni altra cosa ci si debba concentrare su un’approfondita conoscenza dell’uomo. Una volta acquisita tale conoscenza, ciò che dobbiamo fare è semplicemente lasciarci guidare dall’amore; amore per l’essere umano che sboccia spontaneamente nel bambino, inteso come uomo in divenire. Per questo è tanto difficile parlare della pedagogia della scuola Waldorf, e ancor più cercare di definirla.

Perché educhiamo?

Per aiutarci a capire e a conoscere più a fondo la pedagogia Waldorf, partiamo dalle basi:

  • Perché noi uomini dobbiamo educare i nostri figli?
  • Perché non avviene semplicemente che il bambino, guardando e imitando, acquisisca ciò di cui ha bisogno per la vita? 

Il padre fondatore della Scuola Waldorf, Rudolf Steiner, ci dice che, per quanto strano possa sembrare, il bambino agisce sempre mosso dalla pura simpatia: egli compie ogni azione per pura simpatia verso quell’azione. Ci sono però alcuni impulsi istintivi che, se ci rimanessero simpatici per tutta la vita come lo sono al bambino, porterebbero l’uomo a svilupparsi animalescamente sotto il loro influsso. Pensate ad esempio a un bambino che strappa di mano un giocattolo a un altro bambino. L’egoismo è una qualità dell’anima umana che nel bambino piccolo svolge un’azione fisiologica e necessaria; gli serve per una progressiva crescita della coscienza di sé. L’agire sotto la spinta dell’interesse individuale in tal caso è giustificato. Ma già dopo i nove anni, quando comincia a manifestarsi l’autocoscienza, se l’egoismo non viene mitigato, anche attraverso interventi educativi diretti, può cominciare a metter radici.
Per far sì che ciò non avvenga, alcuni istinti animaleschi devono diventarci antipatici; e lo diventano attraverso gli ideali morali. L’uomo entra nel mondo con alcune predisposizioni che gli vengono dalle forze di eredità della linea di discendenza e le forze che porta da precedenti vite terrene. Tali predisposizioni, in un primo momento, possono essere rivolte tanto al bello quanto al brutto, al buono così come al cattivo, al saggio come all’insensato, all’abile come al goffo. Abbiamo quindi il compito di agire nell’ambiente del bambino in modo che egli possa diventare, fin dentro i suoi pensieri e i suoi sentimenti, un essere umano che imita il buono, il vero, il bello, il saggio. Dobbiamo quindi adoperarci per sviluppare il gusto verso ciò che è buono e morale e il disgusto verso ciò che è cattivo e immorale.

È un compito davvero arduo, poiché è necessario trovare la giusta armonia tra il pensare e il volere del bambino, considerando l’intero essere umano in tutti i suoi aspetti. Ed è per questo che Rudolf Steiner reputa di fondamentale importanza conoscere la vita stessa prima di educare, almeno nei suoi tratti fondamentali.

Quali sono gli aspetti della vita che è necessario conoscere per educare?

Cerchiamo la risposta nella Scienza dello spirito, dove Rudolf Steiner distingue l’uomo in quattro parti:

  1. Il corpo fisico, che ci è facile riconoscere grazie all’osservazione sensoriale. Il corpo fisico è sottoposto alle medesime leggi della vita fisica, è composto dalle medesime sostanze e dalle medesime forze del regno minerale, vegetale e animale.
  2. Il corpo eterico (o vitale), che l’uomo ha in comune con le piante e gli animali. Il corpo eterico fa in modo che le sostanze e le forze del corpo fisico si manifestino nella crescita, nella riproduzione e così via. È quel che noi chiamiamo forza vitale e si occupa della sfera dei sentimenti. Nel corpo eterico vanno ricercate le basi del pensare, del sentire e del volere.
  3. Il corpo astrale (o senziente), sede dell’anima umana, è portatore di dolore e piacere, di impulsi, brame, passioni e così via, che si possono riassumere sotto l’espressione di sensazioni. Non pensiamo però alle sensazioni come a una mera risposta del nostro essere a una sollecitazione esterna, ma piuttosto come la sollecitazione esterna che si rispecchia in noi attraverso un processo interiore; un’impressione che viene sperimentata dentro di noi. 
  4. Il corpo portatore dell’io umano. A differenza di ogni altro essere terreno, l’uomo ha una quarta parte che possiamo indicare come individualità, il sé o l’io, e rappresenta il nucleo della sua personalità. L’io, inteso come essenza spirituale, si serve del corpo come strumento e influisce sulla vita dell’anima, venendone a sua volta influenzato. Quando pensiamo all’io non dobbiamo immaginare qualcosa di separato dalla vita terrena, ma al contrario è la manifestazione della sua essenza.

Le quattro parti costitutive dell’uomo si sviluppano diversamente nelle differenti fasi di crescita. 
Prima della nascita, l’essere umano non viene in contatto con il mondo fisico esterno in modo autonomo. Il corpo fisico della madre è il suo ambiente, e soltanto il suo corpo può agire sul bambino. 
Con la nascita l’involucro fisico materno si separa dal bambino, e di conseguenza il mondo fisico circostante può agire su di lui. Adesso il bambino non è più circondato da un involucro fisico, ma rimangono in lui un involucro eterico e uno astrale. 
Durante la seconda dentizione, cioè circa fino ai sette anni, l’involucro eterico abbandona il bambino e rimane soltanto l’involucro astrale, fino al sopravvenire della pubertà. Il corpo astrale si libera dal suo involucro e inizia a svilupparsi in autonomia. Ecco che il bambino in divenire si sta facendo uomo. 

Come genitori ed educatori agiamo sulle quattro parti costitutive dell’entità umana, ed è per questo che se vogliamo operare nel modo giusto dobbiamo studiarne la natura e conoscere come si sviluppano nelle diverse età.

Entriamo più nel dettaglio con gli approfondimenti dedicati ai tre settenni della crescita del fanciullo:

– 0/7 anni: età prescolare – imitazione ed esempio
– 7/14 anni: a ciascuno il suo eroe
– 14/21 anni: l’età del giudizio

Buona vita, Noe 

Bibliografia: La salute del bambino, W. Goebel e M. Glöckler, Aedel Edizioni Torino – L’educazione dei figli, Rudolf Steiner, Mondadori – Educazione del bambino e preparazione degli educatori, Rudolf Steiner, Editrice antroposofica Milano – Teosofia, Rudolf Steiner, Editrice antroposofica Milano

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